Roots Highway Outsiders: Tim Easton

di Fabio Cerbone (14/09/2021)

More miles than money recitava qualche anno fa il titolo di un vecchio album di Alejandro Escovedo. L’adagio si adatta bene a tutti gli outsider là fuori sulle strade americane, che continuano ostinatamente a provarci, e a maggior ragione è valido per un folksinger elettrico come Tim Easton, uno dei migliori talenti espressi dalla generazione di autori emersa alla metà degli anni Novanta. Una vita complicata quella del musicista indipendente, una bella serie di errori che si accumulano, il conto da pagare che arriva superata una certa età. Eppure Tim Easton ci tiene a farci sapere che non si conosce mai abbastanza una persona per poterla giudicare: You Don’t Really Know Me, canzone e album omonimo, mettono le cose in chiaro, viaggiano spediti sulle ali di quel folk rock brillante, a metà strada fra Memphis e Nashville, che lo avevano rivelato a inizio carriera, tornando in parte a far suonare le chitarre elettriche e inseguendo sempre un beat sbarazzino.

Ci voleva, dopo qualche passaggio a vuoto, e una manciata di album interlocutori, che avevano preferito ripiegare sui toni più acustici dello storyteller. Qui c’è un sound bilanciato tra canzone roots d’autore e pulsioni rock’n’roll, e anche la produzione curata con i vecchi amici Brad Paul e Robin Eaton ritorna alla stagione degli esordi. Il risultato è di ringalluzzire le ballate di Easton, il quale porta in dono una decina di brani e una mezz’ora di musica composta durante il periodo forzato di ritiro dai tour: molti spunti biografici, ma anche una sensibilità sociale che non manca di emergere nel rollio folk blues di Real Revolution e in un’intensa, “missisippiana”, Son My Son. Il suono “dal vivo” della band, catturato in studio con attenzione ai dettagli tradizionalisti della scrittura di Easton, è un toccasana per dare respiro a queste canzoni, un piccolo sunto di quelle qualità che fecero di Easton uno dei cavalli di razza della scuderia New West (quattro dischi per l’etichetta e collaborazioni importanti, anche con i Wilco), prima di tornare nell’oscurità delle produzioni indipendenti.

Luminosa e gentile la melodia e il fingerpicking acustico di Voice on the Radio, dedica alla figura scomparsa di John Prine, mentre la chiusura di River Where Time Was Born, più bluesy e rurale nel suo incedere, ha parole dolci e commosse nel ricordo di Justin Townes Earle. Da altre parti, come anticipato, l’album si fa più spigliato nelle sue ammissioni biografiche, un roots rock che conserva sempre un bel senso del ritmo (Speed Limit, o ancora l’inno di speranza in Festival Song) e non rinnega certo le sue ascedenze dylaniane (il dialogo fra chitarre, armonica e organo di Running Down My Soul), portando a casa il bottino pieno e senza perdersi in inutili riempitivi. Bentornato.


Older Post Newer Post